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venerdì 19 settembre 2014

L'ORGOGLIO E' FALLICO , SI OPPONE ALL'ATTO DEL PERDONO E UCCIDE L'AMORE

Ci sono però amori che fanno vacillare la saggezza del cinismo freudiano. Sono amori dove in primo piano non troviamo l'altro ridotto a specchio narcisistico dell'Io, ma l'incontro con una esteriorità, con l'eteros che viene amato per quello che è - nel suo reale differente - e non per la sua funzione di supporto del mio io ideale.
Sono quegli amori che rispettano la distanza, che si nutrono dell'incontro con la differenza, che sanno vivere l'esposizione rischiosa nei confronti dell'altro con generosità e coraggio. Sono amori rari - Camus, ci lascia poche possibilità quando dice che di amori così ne esistevano due o tre in un secolo e uno era il suo... - , ma esistono e, spesso, come dimostra l'esperienza dell'analisi, non sono i primi amori di una vita, ma amori che si raggiungono solo attraverso altre esperienze meno felici e talvolta traumatiche.
Questo non significa che questi amori siano al riparo dalla rottura, dalla fine o dal rischio del tradimento. Anche perché diversamente dagli amori narcisistici che vivono nel rispecchiamento simbiotico che annulla la differenza e che trasformano il legame in cemento armato, questi amori si sostengono sulla solitudine reciproca degli amanti, sulla scelta di stare insieme più che sul bisogno coatto di esorcizzare la paura della solitudine.
Sono amori che hanno segnato una vita, generato passione capace di durare nel tempo, figli, famiglia, responsabilità, condiviso memorie, esperienze, entusiasmi, progetti, dolori, gioie. Si tratta di legami che non si sono esauriti nell'estasi fuggevole dell'innamoramento narcisistico, ma che sono stati in grado di mantenere un intenso e unico legame erotico nel tempo, di dare dignità alla promessa che unisce tutti gli amanti: «Sarà per sempre!».
Ora, cosa accade in questi legami quando uno dei due tradisce, viene meno alla promessa, vive un'altra esperienza affettiva nel segreto e nello spergiuro? Cosa accade se il traditore chiede poi perdono? Chiede di essere ancora amato, vuole che tutto sia come prima? È, insomma, possibile l'esperienza del perdono quando la promessa è stata infranta dal tradimento?
Ci dobbiamo limitare ad evocare la sentenza freudiana - ogni amore è un sogno narcisistico, non esiste promessa, non esiste amore "per sempre" - ? Dobbiamo forse sputare sull'amore? Riconoscere semplicemente che la spinta egoistica dell'essere umano prima o poi lo corrode? Oppure l'esperienza del tradimento, può diventare - come talvolta diventa - un'occasione per provare a fare un passo al di fuori dalle sabbie mobili del narcisismo?
L'orgoglio narcisistico tenderebbe a rendere impossibile il perdono, ma proprio per questo nulla come l'esperienza del perdono - quando davvero avviene - mostra il limite della visione freudiana dell'amore come accecamento narcisistico. Non è forse nel perdono che incontriamo, intatta e spigolosa, tutta la differenza - l'eteros- dell'altro? Non è forse "perdonare l'imperdonabile" - come si esprimeva Derrida - il gesto più radicale dell'amore?
Per questo perdonare per un uomo può risultare assai più difficile che per una donna. Perché per un uomo riconoscere la libertà dell'altro - che è anche libertà dell'errore e del tradimento - va in una direzione contraria rispetto alla passione fallica
dell'avere che solitamente anima la sua vita: la libertà dell'altro mette in crisi il fantasma di appropriazione, manifesta il limite del potere fallico e, dunque, costringe a confrontarsi con la ferita aperta della propria castrazione.

E per un uomo prendere contatto con la propria castrazione è assai più difficile, più arduo, più traumatico. Per questo, solitamente, l'orgoglio fallico maschile si oppone all'atto del perdono facendo barriera al riconoscimento della propria vulnerabilità. Al perdono subentra piuttosto la rivendicazione rabbiosa di giustizia, quando non la violenza cieca, o, più semplicemente, il rifiuto stizzito dell'altro.
Eppure esiste una gioia misteriosa del perdono che alleggerisce gli amanti che la raggiungono dal peso dello spirito di vendetta. Questa gioia comporta il riconoscimento dell'altro come eteros, come vita differente, vita lontana da ogni illusione simbiotico-narcisistica, comporta l'amore per un altro reale, non ideale, non lo specchio che illumina il
nostro Ego, ma una esistenza singolare che può essere talvolta anche deludente, umana troppo umana, ma che non per questo amiamo meno.

                                                                                             MassimoRecalcati

SE TUTTO QUELLO CHE CERCHIAMO E' UNO SPECCHIO IN CUI VEDERCI BELLI E GIUSTI ... ALLORA SIAMO SOLO NARCISISTI


Quando si crede di amare un altro in realtà si ama sempre se stessi, si  ama la nostra  immagine  ideale  che vediamo riflessa nell'amato o nell'amata.

L'innamoramento potenzia il nostro Io, lo accresce; amare è innanzitutto amarsi, trovare nell'altro uno specchio che enfatizza i nostri tratti idealizzati.

Per questo Freud diffidava dell'amore cristiano per il prossimo; nell'amore umano non vi sarebbe alcun altruismo, ma solo l'esigenza di affermare narcisisticamente il nostro Io attraverso l'altro. Di qui, per esempio, la sua lettura del fenomeno della gelosia maschile che non sarebbe affatto nutrito dalla paura di perdere l'oggetto amato, ma dalla proiezione sull'oggetto della sua gelosia ,delle forti spinte al tradimento che invece gli appartengono inconsciamente
(o consciamente).

Nell'esercizio della  "Gelosia Ossessiva" , non c' è  Amore .
Al contrario  , c'è  solo un' ammissione del forte desiderio di
tradire .
L' amore viene dopo , molto dopo ,
ed  è  ben oltre lo specchio .
  

sabato 13 settembre 2014

LA COPPIA

 

Parliamo della gelosia

Gelosia che accappona la pelle, fa sudare di rabbia, fa torcere le budella in corpo...... 
 ....che fa compiere gesti sconsiderati, fa dire cose che non vorremmo dire e a volte ci mette nei guai.
 
La gelosia non ha sesso, non si può dire se  siano più gelosi gli uomini o le donne.

Si può dire invece, che ci sono diverse forme di gelosia, da quella sana, che contribuisce a mantenere un legame, fino a quella patologica, che fa soffrire chi la prova, e rende  impossibile la relazione , finendo qualche volta in tragedia  .  Si riconoscono nella coppia tre tipi di gelosia:

1) la gelosia competitiva, o normale, che è essenzialmente composta da quattro fattori:
- il dolore provocato dalla convinzione di aver perso l’oggetto d’amore;
- la ferita narcisistica patita quando sembra che un altro/a ci venga preferito;
- l’ostilità verso il/la rivale più fortunato, vero o presunto;
- i sensi di colpa che il soggetto ha per la perdita del partner amato;
 
2) la gelosia proiettiva, quando il soggetto letteralmente proietta sul/la partner i propri desideri di tradimento inappagati. In tal caso la paura dell’infedeltà dell’altro/a serve a tacitare, più o meno inconsciamente, i propri sensi di colpa verso quegli stessi impulsi;

3) la gelosia delirante, la forma più pericolosa, caratterizzata dalla convinzione paranoica dell’infedeltà del partner.  

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Nel primo tipo, la gelosia normale, il soggetto  è consapevoli di essere geloso in maniera irragionevole. 
La consapevolezza gli permette di affrontare  il problema  anche senza aiuti esterni. A meno che non si esasperi, e  finisca con l'invalidare l’equilibrio personale, la capacità di lavoro e le relazioni sane. 
Se siete il terzo tipo di gelosi, i più esagerati, in questo caso sarebbe bene prima di tutto consapevolizzare il proprio atteggiamento e realizzare che sia eccessivo, cercando quindi di dare un taglio agli atti di aggressività e a tutte quelle troppe pretese che fanno solo soffrire il partner. 
Dopodichè lavorare su di sé per comprendere le cause di questa troppa gelosia.
 

Vediamo un pò se posso essere d'aiuto....

Intanto ricordiamoci che un pò di gelosia fa bene alla coppia e  può dimostrare l'attaccamento e l'affetto che proviamo per il nostro partner!
Secondo passo, verifichiamo se la nostra gelosia è motivata, ad esempio attraverso un comportamento un po’ troppo “libertino” da parte del partner. In questo caso bisogna esser chiari, esporre le proprie esigenze e fissare delle vere e proprie regole di coppia.
   
Cosa si nasconde solitamente dietro alla gelosia?
Insicurezza, paura di perdere il partner, profondo senso di inadeguatezza.
Generalmente quando una persona si sente ìnsoddisfatta di sé, percepisce come un vuoto interno ed usa il partner come elemento che dovrebbe colmare tale vuoto.
“Il partner è mio”, c'è bisogno di un possesso avido dell’altro, una necessità disperata di essere scelti come unici dal partner. In questo tipo di rapporto il piacere sta nel sentir il proprio dominio sull'altro e non sulla condivisione amorevole. 
Nel geloso c’è una forte mancanza di autostima che porta a non sentirsi sicuro di sé e della capacità di generare e di mantenere vivo l’amore. 
Sarebbe bene cercare di nutrire la propria autostima che non c’è mai stata o che ha subito un tracollo per diversi motivi. Evitare quindi di concentrarsi solo sull’altro e dedicarsi ad attività che portino a delle soddisfazioni personali. E poi valorizzare le proprie risorse personali e farne uso sono degli ottimi ingredienti per una sana autostima.
E' probabile che nel geloso ci sia anche una  scarsa elasticità mentale che invece è necessaria per adattarsi a vari tipi di condizioni e imprevisti senza viverli come una tragedia. Ciò avviene soprattutto quando si è avuta l’esperienza di un tradimento o una delusione passate. Non per questo è detto che ricapiterà ancora e non tutte le persone sono uguali per far riprovare certe esperienze negative. 
A volte, poi, la gelosia si riversa nei confronti del passato dell’altro, diventando un’ossessione ingiustificata. Il passato, in quanto tale e per definizione, rimane passato e voi appartenete al presente della vita dell’altro. Ricordatelo!

Per amare è necessario riconoscere il partner come “altro” da noi, con la sua personalità, il suo modo di essere. Quanta autonomia concediamo al partner?
Ogni movimento autonomo del partner, ogni pensiero, atteggiamento che non sia diretto al compagno/a, provoca nella persona gelosa, una certa delusione. In questo caso non è necessario che ci sia effettivamente un rivale, si è gelosi comunque di tutto e di tutti. 
Il tradimento sta nella delusione per ogni attenzione mancata, per ogni complimento non ricevuto, per ogni esclusività negata. 
E' necessario fare uno sforzo per accettare il fatto che le fantasie, la curiosità, l’osservare l’altro fanno parte della nostra natura istintuale, della nostra vitalità che ci accompagna dalla nascita. 
Cosa succederebbe al partner se gli venisse vietato di pensare, di guardare, di essere curioso (non solo verso le altre donne, ma anche nel lavoro, negli hobby etc.)? 
Il rapporto sarebbe messo fortemente a rischio: si può determinare una fortissima aggressività, tacita o espressa, che tenderebbe a logorare la coppia.
 
Infine, per tutti coloro che sono esageratamente gelosi, vorrei sottolineare che l'eccesso di gelosia non è amore, ma puro egoismo: il partner troppo geloso non vede nemmeno il proprio compagno, non è veramente e profondamente interessato alla sua persona. 
Incapace di amare, quindi, dà vita ad un rapporto di coppia in cui il partner esiste perché idealizzandolo, ne può ricevere sicurezza per sé e il sentimento di essere amato. 
In un rapporto di questo genere, il geloso usa il proprio partner solo per soddisfare delle necessità infantili di avere una madre ideale. Tutta la fedeltà e l’affetto del partner saranno sempre insufficienti rispetto al bisogno. Il geloso, per quanto faccia, non riuscirà mai a farsi amare quanto vorrebbe e la delusione sarà sempre presente.

domenica 31 agosto 2014

LE PSICOTRAPPOLE PEGGIORI SONO QUELLE DEGLI UOMINI PIU' INTELLIGENTI

Chiunque può costruirsi le PSICOTRAPPOLE di cui diventare prigioniero, non solo chi è scarsamente dotato, fragile o ignorante.

Nella mia esperienza di clinico, al contrario, i casi più incredibili e difficili da trattare riguardavano persone molto dotate:
proprio in virtù delle loro capacità ,  questi soggetti estremizzano anche i problemi.

Si potrebbe affermare che la complicazione psicologica è direttamente proporzionale
all'intelligenza e alle capacità del soggetto che ne soffre, poiché, proprio in virtù di queste, è in grado di scavarsi una trappola ben più profonda, o di costruirsi
intorno una prigione o un labirinto da cui sembra impossibile fuggire.

Giorgio  Nardone  
Psicologo e Psicoterapeuta Italiano                                                                
Le  Psicotrappole 

giovedì 1 maggio 2014

ELOGIO DEL PERDONO NELLA VITA AMOROSA



INTERVISTA A MASSIMO RECALCATI 
PSICOANALISTA  ITALIANO
 
"ll perdono nella vita amorosa è un modo per ridare vita a qualcosa che il trauma del tradimento e dell'abbandono ha reso morto. Non a caso la cultura cristiana e anche Francesco I fanno del perdono la virtù più grande e specifica di Dio e dell'amore". Mentre in Europa si parla di poliamore (relazioni multiple accettate da un accordo di coppia) e la coppia aperta sembra diventare l'unica risposta possibile alla società frenetica in cui tutto, anche i rapporti, si disfano di continuo, lo psicoanalista Massimo Recalcati pubblica un elogio all'amore dal titolo Non è più come prima. Elogio del perdono nella vita amorosa (Raffaello Cortina editore, 160 pagine, 13 euro).
 
Come mai un libro sul perdono? E' un momento storico-sociale in cui questo concetto trova un senso più che in altri momenti?
"La vita amorosa attraversa di continuo il continente impervio del perdono. Non c'è coppia che non sia passata da questa strettoia. Perdonare e non perdonare? Soprattutto quando c'è in gioco il trauma del tradimento. Ecco, il perdono nella vita amorosa è un modo per ridare vita a qualcosa che il trauma del tradimento e dell'abbandono ha reso morto. Non a caso la cultura cristiana e anche Francesco I fanno del perdono la virtù più grande e specifica di Dio e dell'amore. Saper perdonare avvicina gli uomini a Dio? Può essere. In un mondo come il nostro fatto di odio e di invidie feroci ,l'accesso al perdono appare come un percorso faticosissimo ma capace di dare una gioia misteriosa...".


L'amore "per sempre" è un'utopia?


 "Che l'amore per sempre vada ridicolizzato è un'altra tendenza del nostro tempo.

Gli amori vanno e vengono, si sciolgono come la neve al primo sole.
Sono amori liquidi direbbe Baumann.
Il contrario dell'amore destinato all'eternità.
Sono amori che non sanno durare.
Certo, ci  si potrebbe anche chiedere se in un amore è più importante durare o consumarsi…
In ogni caso questo libro è un grande elogio all'amore che sa resistere alla corruzione del tempo, all'amore che sa durare.
Io diffido dell'idea che sembra egemone nel nostro tempo che i legami affettivi che durano nel tempo sono destinati a spegnere il desiderio.
L'esperienza dell'amore realizza esattamente il contrario: più l'amore dura, più il desiderio, anche erotico, è vivo.
Noi viviamo invece nella menzogna che la sola cosa che conti sia il godimento fine a se stesso.
Non il mondo vissuto INSIEME ma il mondo goduto dall'Uno".
 
Se esistono ,   quali sono le modalità per far resistere un rapporto agli accadimenti della vita?
"L'amore che dura è l'amore che vuole vivere ancora. Non sopravvivere. Lacan definiva la parola d'amore più alta quella che recita: "ancora".

Ancora come adesso, ancora come oggi, ancora e meglio di oggi , ancora te, ancora te per sempre.
Ancora non esige il ricambio del vecchio oggetto per il nuovo - come accade nella logica del capitalismo e del consumismo - ma mostra che il Nuovo è nel rinnovare l'amore nello Stesso.
Se questo miracolo esiste ,  allora l'amore dura e non si lascia consumare".

Ma l'uomo è naturalmente monogamo?
"L'uomo non è un ente naturale.

Gli istinti non sono per lui una bussola infallibile.
Oggi i neuroscienziati che si sono occupati di questi temi ci dicono che l'ebbrezza provocata dal primo incontro può durare al massimo 18 mesi…
Poi è destinata a calare.
Inesorabilmente.
Io credo che l'intensità dell'amore non dipenda dai livelli di dopamina, ma che si rinnovi a meno dalla forza del rapporto stesso.

 
Qualche sociologo già da qualche anno ha teorizzato il poliamore. Che cosa ne pensa? Crede che sia la naturale evoluzione della coppia nella società contemporanea?
"Penso sia una cazzata...".


Virginia Perini


martedì 29 aprile 2014

LA MEMORIA E' UN MOSTRO

La memoria è un mostro:

Tu dimentichi, essa no.
Archivia le cose, ecco tutto.
Le conserva per te, o te le nasconde e le richiama, per fartele ricordare, a sua volontà.
Credi di avere una memoria.

Ma è la memoria che ha te.
John Irving

lunedì 28 aprile 2014

CARI GENITORI...

Alcune malattie prendono il nome di: FAMIGLIA.
 L’importanza di differenziarsi dalle cerchie “familiari”
 
«Non è possibile vivere troppo a lungo nell’ambiente della propria fanciullezza o in seno alla famiglia senza che ciò costituisca un certo pericolo per la salute dello spirito. La vita chiama l’uomo fuori, verso l’indipendenza, e colui che per indolenza o timidezza infantili non obbedisce a questo appello è minacciato di nevrosi. Una volta scoppiata, la nevrosi diverrà progressivamente una ragione sempre più valida per fuggire la lotta con la vita e per rimanere impigliati per sempre nell’atmosfera moralmente velenosa dell’infanzia.»
(C.G.Jung – Simboli della Trasformazione, Edizioni Bollati Boringhieri, p.299)
 
“Non v’è nulla che abbia un influsso psichico più forte sull’ambiente circostante, e in special modo sui figli, che la vita non vissuta dei genitori” (C.G.Jung, 1929, p.6)

«…i genitori proiettano sul proprio figlio l’ombra che non possono riconoscere nella propria vita. […] Il figlio è stato costretto dai genitori a caricarsi di tutti quegli aspetti d’ombra della esistenza che essi non sono stati capaci di integrare.»
(Amare Tradire: Quasi un apologia del tradimento, di Aldo Carotenuto, Edizioni Bompiani, p.35)
 
« Tutta la libido costretta nei vincoli familiari dev’essere ritirata da quella cerchia angusta per essere trasferita in una più ampia, giacchè per il benessere psichico dell’individuo è necessario che egli divenga da adulto il centro di un nuovo sistema, dopo essere stato nell’infanzia una semplice particella gravitante attorno all’antico centro. (…) la libido non utilizzata finirà inevitabilmente con il restare impigliata nel rapporto endogamo inconscio con i genitori, privando l’individuo di elementi essenziali della sua libertà.
 
Ricordiamo quanto Cristo insistesse nella sua predicazione sulla necessità di un distacco radicale dell’uomo dalla sua famiglia (…), non si proponeva che uno scopo: liberare l’uomo dal suo attaccamento alla famiglia, che non è affatto imposto da una pretesa intelligenza superiore, ma che è da imputare semplicemente a un’estrema mollezza e alla mancanza dell’energia necessaria per dominare i propri sentimenti infantili.
L’uomo, infatti, che lascia straripare la sua libido fissata all’ambiente dell’infanzia e non la libera per incanalarla verso mète più alte, cadrà in potere di una coazione inconscia. Dovunque egli sia, l’inconscio tornerà sempre a creargli l’ambiente infantile mercè la proiezione dei suoi complessi, ristabilendo così di continuo, e contro i suoi interessi vitali, la stessa dipendenza e la stessa carenza di libertà che in passato caratterizzavano il suo rapporto con i genitori. Il suo destino non è più nelle sue mani. (…) La libido, che rimane così fissata nella sua forma più primitiva, trattiene l’uomo a un livello corrispondentemente basso, a un livello cioè nel quale egli, lungi dall’avere il dominio sugli affetti, ne è al contrario alla mercè.»
(C.G.Jung – Simboli della Trasformazione, Edizioni Bollati Boringhieri, p.403)
 
«Quante volte si vedono figli non più giovani che vivono ancora con la madre (non mi riferisco, ovviamente, ai giovanissimi) e per i quali non è neppure sorto il conflitto che la spinta alla propria individuazione dovrebbe rendere a un certo punto esplosivo, inarrestabile. Molti giovani vivono in un limbo di possibilità, come barche splendide che si consumano nella darsena. L’universo si riduce al “cantiere” familiare, al “noto” delle piccole rassicurazioni e ricompense, dei piccoli e grandi delitti psicologici, eredità dei nonni e degli avi, pronti a tramandarsi nelle generazioni future. Si resta incagliati nella “secca” dei codici esistenziali e comunicativi della famiglia d’origine, invasi dai suoi pregiudizi e completamente inconsapevoli dell’oceano immenso e nuovo, adiacente, attorno a sé.
Avere in proprio potere la dimensione psichica dei figli permette al genitore di garantirsi un’importanza, un ruolo preciso: il che è possibile solo se il figlio rimane ‘quel’ figlio che ad essi serve per sopravvivere psicologicamente senza troppi conflitti.
Quanti di noi sono ancora figli nel senso indicato, legati mani e piedi a un invisibile incesto psicologico?
Mi tornano alla mente le ultime pagine di quel capolavoro di Rainer Maria Rilke che sono i suoi ‘Quaderni di Malte’. Qui il poeta elabora una sua versione della parabola del figliol prodigo e scrive (Rilke 1910, p.263):
“Nella parabola del figliol prodigo, io mi ostino a ravvisare la leggenda di colui che non voleva essere amato. E si durerebbe fatica a dissadermene.”
Non è semplice entrare pienamente in questo scritto di Rilke perché esso contiene, in un linguaggio poetico, un significato psicologico assolutamente rivoluzionario. Il figliol prodigo è per Rilke colui che è costretto a lasciare la casa paterna perché si rende conto che  quello che lì viene amato, chiamato col suo nome, atteso per la cena, festeggiato per il suo compleanno ‘non è egli stesso’. Il figliol prodigo rifiuta quell’amore che non è ‘per lui’, quei doni  che non sono ‘per lui’, e in questo senso è la parabola di “colui che non volle essere amato”. […] Rilke narra poi con splendida arte, le peripezie di questo giovane alla ricerca di se stesso, il contatto con la natura, l’attesa dell’amore di Dio e, infine, il ritorno a casa. Il tornare a casa del figliol prodigo non viene presentato da Rilke come un atto di rinuncia alla sua ricerca, ma come un superamento del tradimento. Come se egli capisse che la casa paterna in cui si viene disconfermati per ciò che si è più intimamente è una manifestazione della vita stessa, del tradimento della vita (Rilke 1910, p271):
“Forse, allora, restò.
Perché gli avvenne di accorgersi via via sempre di più, come quell’amore, di cui gli altri si mostravano tanto vanitosi stimolandovisi a gara, non riguardasse la sua persona solamente.
Avrebbe quasi sorriso di pietà, vedendoli arrabattarsi, per nulla, così. Appariva chiaro che non pensavano al Reduce.
Che cosa sapevano, infatti, di lui?
Amarlo, era divenuto, adesso, terribilmente difficile.
Egli sentiva che Uno solo sarebbe stato tanto da farlo.
Ma – quell’Uno – ancora , non voleva.”

Rilke ha colto il tradimento del figlio, la tragedia di non essere amato, di essere frainteso dall’”amore” dei genitori. E ha colto anche la risposta più umana e più saggia che si possa dare a questo equivoco terribile: andare via e tornare, cioè, in termini psicologici differenziarsi dagli aspetti malsani di quell’amore e poi perdonare, provare pietà per questi genitori che si “arrabattano, per nulla, così”. Questo vuol dire che il genitore capace di amarlo è diventato una figura interna, divina, quell’ “Uno” di cui parla Rilke, la cui disponibilità a venir fuori è lenta, lentissima, un vero mistero.»
(Amare Tradire: Quasi un apologia del tradimento, di Aldo Carotenuto, Edizioni Bompiani, p.39)

 
«IL giovane che si libera dalla costrizione del cerchio familiare e sceglie la proprio autonomia si troverà a fronteggiare difficoltà, dolori, ansie e l’immagine persecutoria del figlio fantasticato dai genitori. E’ così che la lotta ‘per’ qualcosa diventa lotta ‘contro’ qualcosa. La posizione di Gesù, dal “tradito” per eccellenza della nostra storia, appare del resto decisa nei confronti delle collusioni proprie del cerchio familiare. Quello di Gesù si configura inequivocabilmente come messaggio di divisione e conflitto, messaggio dunque che, a suo modo, investe l’area potenziale del tradimento (Matteo 10.34-35):
“Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada. Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera…”»(Amare Tradire: Quasi un apologia del tradimento, di Aldo Carotenuto, Edizioni Bompiani, p.77)
[…] Come afferma infatti Hanna Wolff (1975) in riferimento al passo del Vangelo di Matteo sopra riportato:

“Per quanto possa suonare presuntuoso, solo la psicologia del profondo può capirlo fino in fondo. In effetti Gesù ‘scioglie da’, ‘divide dal’ collettivo della famiglia.
Egli dissolve la ingenua ‘participation mystique’, affinchè possano venire alla luce individui singoli, indipendenti e responsabili.”»
(Amare Tradire: Quasi un apologia del tradimento, di Aldo Carotenuto, Edizioni Bompiani, p.78)

domenica 27 aprile 2014

Chi è Eros? Si domanda Socrate

«Chi è Eros? Si domanda Socrate. E’ amore di qualcosa, desiderio di qualcosa. Ma se lo desidera, significa che non lo possiede. Ne consegue che noi amiamo soltanto ciò che non abbiamo.
Dopo avere seminato il panico per i millenni a venire, Socrate sembra indicare una via d’uscita.
Certo, un povero ama la ricchezza perché non la possiede. Però anche un ricco può amare la ricchezza e un sano la salute. Nel senso che amano poterle avere anche in futuro: in una dimensione temporale, cioè, in cui non le possiedono ancora. Perciò è possibile continuare ad amare una persona anche dopo averla conquistata. Succede quando desideri conquistarla anche in futuro.
E’ la tensione verso un obiettivo non ancora raggiunto che tiene in vita Eros. Bisogna sempre essere affamati, direbbe Steve Jobs. L’amore vive finché si fanno progetti e sogni in suo nome. Finché si coniugano i verbi al futuro. Finché coloro che si amano non smettono mai, almeno un po’, di mancarsi.»
(Massimo Gramellini)

mercoledì 16 aprile 2014

 
IL PARANOIDE

Il paranoide è diffidente, sospettoso. Teme di essere raggirato, tradito, imbrogliato. Crede facilmente che gli altri tramino nei suoi confronti.
La sospettosità, il senso di persecuzione sono i tratti più noti di questa subpersonalità.

Il suo pensiero è lucido, meticoloso, pignolo, come quello dell'ossessivo. Entrambi sono ipercontrollanti e colgono i minimi dettagli. Ma dietro questa ricerca minuziosa c'è una differente motivazione: l'ossessivo cerca i segni dell'imperfezione; il paranoide cerca gli indizi che diano prova ai suoi sospetti.
Entrambi hanno un super-io molto rigido, cioè hanno introiettato un genitore critico duro e severo. E' questo che li spinge ad esseri così attenti, lucidi e ipercontrollanti.
In entrambi il genitore critico è nella maschera al governo, con questa differenza:

— nel paranoide il governo è 'moralista', con due pesi e due misure: egli dà per scontato l'assoluta lealtà e bontà della sua popolazione, e focalizza tutta l'attenzione su ciò che fanno gli altri: inaffidabili, doppi, mentitori, diretti a costruire trame nei suoi confronti.
Lui è moralmente ineccepibile, senza colpe; gli altri lo perseguitano e lo aggrediscono senza logica e senza ragione; lui si limita a reagire e a difendersi.
La sua rabbia e la sua ostilità sono quindi ampiamente giustificate.

Va detto che i genitori del paranoide sono ipercritici e svalutanti. Il bambino cerca di adeguarsi, ma non ce la può mai fare: viene colpevolizzato, sgridato, umiliato, ridicolizzato.
I suoi sentimenti vengono squalificati: ciò che il bambino sente non ha valore. Non gli si dà credito, non gli si dà fiducia. Così egli impara la via della negazione e della segretezza.

Umiliazione e vergogna sono due temi che il paranoide condivide con il narcisista. Egli ha fatto l'esperienza della sottomissione a un potere che lo perseguita. Ha sentito la sua debolezza e la sua fragilità come causa di questo sopruso. Per questo sviluppa un odio e un'avversione implacabile contro le figure di potere. Per questo teme ogni forma di dipendenza, e vuole sempre mantenere una situazione di controllo.

Di fronte a situazioni di sopruso e prepotenza simili, sono possibili differenti linee politiche: quella dell'ossessivo è l'irreprensibilità, il perfezionismo e l'adesione alle regole ("sono nel giusto, nessuno mi può colpevolizzare"); quella del narcisista è l'acquisizione del potere ("sono forte e potente: nessuno può più umiliarmi"); quella del paranoide, come vedremo, è la facciata di irreprensibilità e il ribaltamento dell'accusa sugli altri ("gli altri sono falsi e malvagi; io devo guardarmi e difendermi da loro").
 
"E il sé inferiore?"
Il sé inferiore è pieno di rabbia, aggressività, desiderio di punizione. I paranoidi non dimenticano i torti subiti, e aspettano di vendicarsi. La vendetta è la naturale reazione al tradimento o anche a piccoli  soprusi.
Come al solito, per evitare l'ostracismo sociale, l'abbandono, la morte, si forma la maschera, che ha il compito di controllare il sé inferiore. Compito non facile perché il sé inferiore è particolarmente attivo: cerca la punizione, la rivincita, la vendetta a viso aperto. A sua volta vuole perseguitare i suoi persecutori, in modo diretto e plateale.
Che cosa fa allora la maschera? Per prima cosa, lo abbiamo detto, assume una facciata di irreprensibilità: non è mai responsabile di nulla, non è colpa sua. La colpa è sempre degli altri. La maschera diventa abilissima a trovare indizi per scaricare la responsabilità. Trovati i colpevoli, allora può dar via libera all'azione del sé inferiore: "Vai e punisci! Loro sono cattivi, non io!".
La maschera usa due meccanismi di difesa: il primo è la negazione ("io non ho fatto nulla, io sono buono!"); il secondo è la proiezione, cioè prende gli impulsi del sé inferiore, e dopo averli negati, li proietta sugli altri ("gli altri mi vogliono male!").
 
Hanno un pensiero lucido, analitico, preciso. Ma, utilizzato all'interno di una costruzione chiusa e fondata su false premesse, questo tipo di pensiero produce impalcature intellettuali, logiche e razionali solo in astratto, e in concreto profondamente distorte e prive di ogni fondamento reale. 
La loro attività mentale è fortemente inquinata dai virus del pensiero, in particolare dal pensiero dicotomico (o è colpa mia o è colpa tua) e dall'iperfocalizzazione (un dettaglio, astratto dal contesto, assume la massima importanza), con i suoi corollari (massicce cancellazioni, causa effetto e lettura della mente, ipergeneralizzazioni, autoreferenzialità, catastrofizzazioni, doverizzazioni ecc.).
Tali impalcature sono diventate via via un ingombro sempre più pesante, che li tiene staccati dalla realtà.
"Spesso sembra incredibile che delle persone intelligenti possano giungere a considerazioni e affermazioni tanto assurde!"


 
Il meccanismo di fondo.
A livello profondo si sente   I N A D E G U A T O  , incompetente, incapace, cattivo, sadico. La posizione esistenziale profonda è quella depressiva: io non sono OK.
Ancor più del depresso, però, ha interiorizzato un genitore critico, perfezionista, colpevolizzante. In altri termini, ha un super-io molto rigido, come e più dell'ossessivo.
Ne consegue che la percezione di sé come incapace o cattivo è per lui del tutto inaccettabile e insopportabile. Per questo intervengono due meccanismi di difesa molto primitivi: la negazione (io non sono cattivo o incapace; io sono buono e perfetto) e la proiezione (gli altri sono cattivi e incapaci.
La posizione esistenziale: "io non sono OK",   si trasforma in:  "io sono OK, gli altri non sono OK").
I vantaggi di questo meccanismo sono:
— non sentire colpa e vergogna, distrarre l'attenzione dalla propria inadeguatezza, cattiveria e responsabilità;
— trovare un nemico esterno in cui portare l'attenzione, quindi trovare un obiettivo definito su cui dirigerla, eliminando l'incertezza e l'ansia conseguente;
— scaricare parte dell'aggressività sul nemico esterno, sentendosi dalla parte del giusto (se gli altri sono cattivi, io sono pienamente autorizzato a reagire).

 
Conferma degli indizi.
Il paranoide cerca continuamente gli indizi per incolpare gli altri. Fa un'ipotesi e cerca una prova dei suoi sospetti. E naturalmente trova conferma delle proprie ipotesi per varie ragioni:
— selezionando e cercando con il filtro negativo, egli trova sempre qualcosa: le persone non sono sante, non sono perfette; basta ingrandire un particolare e trascurare tutto il resto (iperfocalizzazione, cancellazione, generalizzazione);
— certi comportamenti sono di per sé ambigui, quindi è facile trovare un'interpretazione negativa, almeno riguardo alle intenzioni;
— effetto Rosenthal: il paranoide, con la sua sospettosità e la sua inconscia ostilità, induce negli altri aggressività. Cancellando (negazione) il proprio comportamento e punteggiando l'interazione a partire dal comportamento aggressivo dell'altro, può sempre dire di essere stato aggredito e quindi di doversi difendere.
Quando riesce a confermare la sua ipotesi, prova una grande soddisfazione. Infatti può dimostrare a se stesso  che ha ragione (conferma di sé, autostima), che non è lui il colpevole (cosa che per lui sarebbe terribile, visto il suo super-io rigido e implacabile), e può quindi procedere a punire l'altro, scaricando così la sua aggressività.
 
Il loro bisogno di amore è continuamente frustrato. Essi hanno bisogno di tantissimo amore e comprensione, e ciò che ottengono è esattamente il contrario.  Questa è la loro condanna.
 
Scarsa intelligenza emotiva.
Il paranoide non è in grado di mettersi nei panni degli altri, e quindi di comprenderli, anche nelle situazioni più semplici, in cui chiunque sarebbe in grado di farlo.
In termini di PNL, essi non sanno assumere la seconda posizione, e quindi neppure la terza. Essi sono costantemente in prima posizione. Sono terribilmente egocentrici e con fortissimo riferimento interno: non apprendono dagli altri le comuni abilità sociali. Data la loro esperienza familiare, non avendo avuto buone identificazioni con i genitori, non hanno imparato il gioco dei ruoli, cioè la capacità di cogliere il punto di vista altrui e prevedere il loro comportamento in modo sufficientemente attendibile.
La loro intelligenza emotiva ( o relazionale) è quindi molto bassa, sia di comprensione di sé e dei propri impulsi, sia di comprensione degli altri.
 
C'è un mito a proposito dell'intelligenza. Si ritiene comunemente che una persona intelligente dovrebbe uscire facilmente dai suoi problemi. Come se i problemi fossero causati da stupidità.
In base al senso comune, non si comprende come l'intelligenza possa mettersi al servizio della malattia.
Ma è proprio così: tanto più una persona è acuta, tanto più costruisce i suoi problemi in modo complicato e difficile da sciogliere.
Basata su false premesse, un'intelligenza sviluppata può creare mostri ancora più pericolosi e pervasivi.  
Ebbene, come sembra ovvio, quando noi parliamo di lucidità e intelligenza di un paranoide  , non ci riferiamo certo a quest'ultima forma di intelligenza, che presuppone una grande disponibilità all'ascolto, all'empatia e all'entrare in relazione. Questi aspetti sono proprio quelli su cui il soggetto paranoico è più debole.
Essi, a loro modo, cercano di comprendere gli altri, oltre che se stessi: ci mettono un enorme impegno. Ma lo mettono in una direzione sbagliata, nella direzione in cui non c'è uscita: cercano di comprendere gli altri senza il meccanismo dell'empatia e del rapporto di fiducia.
Quindi sono destinati a fallire, senza scampo.
Ma proprio perché falliscono in continuazione, mettono ancora più energia nel tentativo di comprendere, e per far questo utilizzano gli unici strumenti di cui dispongono: la razionalità, la logica, l'analisi, cioè quelle forme di intelligenza che normalmente sono utili per risolvere altri tipi di problemi: di ingegneria, di informatica o di logica, appunto.
Non quindi i comuni problemi relazionali.